martedì 31 gennaio 2012

Conclusioni







Ebbene si, il tempo vola e siamo arrivati alla fine di questo grande capitolo. Anche se chiamarla fine non ci sembra la parola giusta, ma concludiamo un’esperienza di un anno molto interessante. Analizzando un po’ il percorso, il tutto parte dal Villaggio S. Marcellino dove eravamo destinati…. però con molto rammarico siamo dovuti andare via perché i due gestori non ci volevano (chissà cosa avevano da nascondere visti gli atteggiamenti). Peccato, ci piaceva un sacco stare con i bimbi e, soprattutto, quel posto aveva bisogno di aiuto, e lavori ce n’erano da fare un sacco. Partiti col piede sbagliato e tutto in salita, grazie a Carlo, Massimo e Marilena siamo impegnati al Guidotti, ospedale missionario in una zona rurale e remota nell’est del paese, a 175 km dalla città in una zona montana popolatissima. Decisamente meglio, almeno possiamo lavorare. E così iniziamo con la contabilità Manuela e le manutenzioni Alessio. Affiancati naturalmente dal personale locale. Tutto procede bene, l’entusiasmo riprende e siamo felicissimi…fino a ottobre quando il patatrac. Problemi amministrativi, troppi furbetti, i controlli da parte del governo…e insomma a catena iniziano un sacco di rogne che vedono precipitare l’ospedale sempre più in giù. A noi, specialmente ad Alessio, è spesso negato il lavoro, o farlo con meno rumore possibile. Perché mette i bastoni tra le ruote agli approfittatori. Da qualche mese aspettiamo il nostro piccolo/a e ne siamo felici visto che abbiamo deciso di passare qui i prossimi 4-5 anni…..ma purtroppo le cose cambiano. La situazione diventa calda….fino a insopportabile. Lavorare in queste condizioni è impossibile….ma decidiamo di finire il nostro percorso con molta fiducia. Nell’ultimo mese, siamo riusciti a finire più o meno tutte le nostre aspettative lavorative, e questo ci rende felici. Purtroppo le sconfitte sono maggiori delle vittorie. Ma siamo contenti perché ci abbiamo provato.



Non abbiamo mai visto così tanta invidia, cattiveria, gelosia, interessi…come quest’anno. Sia da parte delle associazioni in Italia, sia da parte di quelle in loco, sia da parte dei missionari che nelle guerre tra poveri degli africani. È un mondo che non ci appartiene, abbiamo provato a fare del nostro meglio ma ci siamo sempre trovati impotenti davanti a un sistema che non condividiamo. E alla fine, chi realmente ne ha bisogno, ne giova solo una piccola parte. E in Italia c’è un idea sbagliata di quaggiù, e si vuole vedere (o si vuol far vedere) solo una certa parte, insomma un’immagine diversa dalla realtà. Capibile alla fine del raccoglier fondi che vanno per queste persone, ma dura per noi da accettare visto che non rispecchia la totalità della cosa. Per fortuna non è stato tutto negativo, e persone in gamba ne abbiamo trovate moltissime. Certo è che restano sempre dietro le quinte e spesso anche loro hanno le mani legate. Per quanto riguarda gli africani non è stato semplice. La diversità di cultura e di modi di vivere ci hanno messo sempre in forti dubbi. Ma loro li capiamo, e li difendiamo. Stiamo dalla loro parte. Chi siamo noi per poter venire qui a dettare legge con i nostri metodi ben lontani dai loro??? E chi ci dice che i nostri (occidentali) siano giusti??? Per gli africani è meglio 1 dollaro oggi che 10 domani, e spesso piangono e pretendono, ma senza fare niente (o quasi) per migliorare la situazione. Ma chi siamo noi per giudicare??? Non siamo di sicuro perfetti, viste le rogne che ci sono in occidente. Questo a noi ha fatto riflettere molto. Anche se ai nostri occhi molte cose erano e sono inconcepibili, non possiamo giudicarle. Visto che poi, e questo ne è un esempio, le problematiche più grosse che abbiamo avuto quest’anno sono arrivate da persone occidentali. Tutto mondo è paese nel vero senso della parola. Sicuramente quest’anno è stato tutto in grande CONTRASTO e quindi ci ha creato una confusione enorme. Impossibile tirare conclusioni anche dopo 50 anni immaginiamo dopo appena un anno. E chi non è mai stato qui (o solo per qualche giorno), non può capire. Ma Grazie Zimbabwiani perché nonostante tutte le rabbie che ci avete fatto venire ci avete insegnato e condiviso un sacco di cose…e anche per voi (specialmente e soprattutto per le DONNE) ne è valsa la pena.



Ci mancheranno un sacco di cose, una su tutte la calma e la tranquillità che si vive qui. Forse troppa?? Mah alla fine ci siamo abituati, e si vive meglio. Ci mancherà la nostra casa che era molto confortevole e pratica, il farsi la doccia col secchio con soli 5 Litri di acqua e andarla a prendere tutti i giorni al pozzo. Il farla bollire per berla e la natura incontaminata che trovavamo appena aprivi la porta di casa. Gli animali e gli uccelli, i colori e i panorami, i suoni e gli odori. Ci mancherà tantissimo scendere per strada e cercare chiedendo qualsiasi cosa tu abbia bisogno contrattando e conoscendo un sacco di gente…e alla fine la trovi. Per questo chiamavano Alessio Mukorokoza, cioè tramaciom (trafficante che contratta)! Ci mancherà portare aiuti nell’entroterra e su per le montagne in villaggi sperduti dove neanche la strada arriva e si è circondati da babbuini e scimmie. E la gente li che ti accoglie con sorrisi e felicità. Ci mancheranno questi villaggi. E ci mancherà salutare un sacco di gente ogni incontro, fermarsi ogni 3x2 per salutarsi e chiedersi come và. Ci mancherà ogni sera o ogni minuto libero andare in ospedale a trovare i pazienti e stare con loro anche solo per due veloci parole, e questo mancherà tanto. E ci mancheranno le piste sabbiose dove quando piove guidi col rischio di impantanarti ogni due metri. Ci mancherà la nostra auto con cui abbiamo condiviso 25768 km…e ci mancherà passeggiare per lunghi minuti in cerca della rete telefonica completamente instabile. E ci mancherà questo internet lento come una lumaca, ma che ormai ci eravamo abituati. Insomma ci mancherà vivere di essenzialità e di semplicità.



Vogliamo chiudere questo grande capitolo con una storiella che si racconta spesso qui: Un occidentale su una macchina bellissima viaggia in direzione Est da queste parti quando trova uno zimbabwiano sotto un albero che guarda il bellissimo panorama. L’occidentale si ferma e chiede: cosa stai facendo??? E lo zimba: niente mi sto godendo il panorama. E l’occidentale: ma perché non vai a lavorare così guadagni tanti soldi. E lo zimba: e perché dovrei??? E l’occidentale: perché così ti compri una casa più bella, una macchina grande, la tv, non devi lavorare nell’orto, puoi andare in ferie, vestirti alla moda. E lo zimba chiese: e poi??? E poi puoi avere tanto buon cibo, i figli che studiano e diventano dottori o avvocati, avere una carriera, andare fuori la sera con gli amici, e fare un sacco di cose. E lo zimba chiede: e poi??? E l’occidentale: e poi sei felice quando hai tutte queste cose. E lo zimba: ma io sono già felice così.


Foto 1: Panorama nella zona dell'ospedale; Foto 2: casetta con orti e terreni coltivati; Foto 3: il nostro magazzino-deposito dei container dove ci sono alimenti, medicine e tutto il necessario per i progetti; Foto 4: una classica strada rurale; Foto 5: un coppia di elefanti; Foto 6: un bambino ricoverato in pediatria, nella foto con la mamma; Foto 7: Noi Carlo ed Elisa; Foto 8: attraversamento del ponte che porta in ospedale dopo qualche ora di pioggia. Il rigagnolo fino a qualche minuto prima era inesistente, e poi ha strariparto innondando la strada e i campi; Foto 9: Una simpatica giraffa; Foto 10 il nostro Ciao!!!

mercoledì 25 gennaio 2012

Ringraziamenti





Come abbiamo ringraziato il dott. Carlo, è giusto ringraziare un altro bel po’ di persone che durante quest’anno sono state importanti per noi. Innanzitutto il ringraziamento per eccellenza va al popolo zimbabwiano che ci ha accolto, rispettato e fatto sentire come due di loro. Di certo quindi un grazie particolare ai bimbi del Villaggio S. Marcellino e allo Staff, alle mamme malate di Aids del centro Spagnolli, ai pazienti dell’ospedale e allo staff in modo particolare a Dickson, Kaseke, Chaka, Mapuranga, Cristina, il dott. Rupfuze, mamma Sara, Rosmary, e molti molti altri come Peter e Manguanda. Un ringraziamento va anche alla dott. Pesaresi che, nonostante i suoi quasi 80 anni, lavora qui come un leone tra pregi e difetti. E ci ha accolto a lavorare qui dopo che al villaggio ci avevano detto che non eravamo i ben accetti. Lei è stata sicuramente una delle migliori scuole che abbiamo avuto nella nostra vita. La sua ironia e simpatia, legata alle sue grida e ai suoi modi moooolto particolari non li dimenticheremo mai. Un grazie quindi a Massimo, una persona speciale che ha condiviso con noi questa strada spesso in salita. Forse lo definirei un “sacco da botte di sfoghi” perché poveretto ci ha sempre ascoltati e aiutati, nonostante i grandi problemi che anche lui aveva. Ci spiace che a volte le incomprensioni siano state motivo di discordia, ma forse per queste incomprensioni è nata un’amicizia che non dimenticheremo. Un grazie va a don Vincenzo, che mi sembra strano chiamarlo don. Ogni volta che si andava in capitale era d’obbligo un’uscita insieme o uno stop in nunziatura (grazie a tutti quelli della nunziatura e al Nunzio) per qualche bella ora di divertimento e relax. Ce ne fossero tanti sacerdoti come te, il mondo sarebbe realmente diverso. Un grazie anche a Davide che ha condiviso con noi 4 mesi difficili ma molto belli. E un grazie a tutti i gruppi di Rimini, alla delegazione provinciale di Trento e a tutti quelli che sono venuti a trovarci quest’anno specialmente al dott. Bologna con cui abbiamo condiviso bellissimi momenti. Un grazie a Werner, lo svizzero con un cuore grande. E alla Caterina, che staresti ad ascoltarla per ore. Un grazie va alle suore di Kariba e del centro Spagnolli che ci hanno sempre accolto con grande entusiasmo. E a Sr. Zaveria, semplicemente unica. Un ringraziamento va anche a chi dall’Italia con estrema amicizia ci ha sempre ascoltati, e non ci ha fatto mai sentire soli tenendoci spesso in contatto con lassù: Glauco, Laura, Francesco (checco) Sonia, Elly e Nicola. E ai nostri grandi amici lettori del blog, in particolare Michele e Lorena. Un grazie va anche ai nostri genitori e ai parenti che come sempre “sopportano” queste nostre follie. E infine ringraziamo l’associazione che, nonostante tutto, ci ha permesso quest’esperienza sostenendoci economicamente. Un grazie va a chi ho dimenticato, perché sicuramente qualcuno mi è scappato. OPS! Un grazie va al Signore che ancora una volta ci ha permesso di fare un’avventura meravigliosa. Foto 1 e 2: Leonessa e Leone al Lion and Cheetah Park di Harare; Foto 3: Io e Manu con Dr. Massimo sulla distra, Don Vincenzo sulla sinistra e Davide vicino a me; Foto 4: momento di lavoro con i ragazzi dell'ospedale mentre facciamo il cemento per la piattaforma. Più di 300 cariole di cemento mescolato e fatto tutto a mano.

mercoledì 18 gennaio 2012

Grazie dott. Carlo Spagnolli

Visto che ormai i giochi sono fatti, e mancano poche settimane al nostro rientro, abbiamo pensato di ringraziare alcune persone che ci hanno accompagnato in questo bellissimo viaggio lungo un anno. La persona che vorremmo ringraziare sopra tutto e tutti, e che è stata fondamentale durante questi mesi è certamente il dott. Carlo. Senza di lui, fidatevi, saremmo tornati a casa già da un pezzo. Non credo ci siano parole per spiegarlo, perché è davvero una persona super. Partendo dall’inizio, dal primo giorno che siamo arrivati in Zimbabwe, ci ha sempre fatti sentire bene, a nostro agio, e sembrava di conoscerlo da una vita anche se non lo avevamo mai visto prima. Ci ha accolto a casa sua come dei figli, seppur eravamo degli sconosciuti. E questa è una delle cose che non dimenticheremo mai, perché ci ha accompagnato lungo tutto l’intero anno. Carlo è una persona buona, a volte troppo, che ti da di tutto. Se ne priva lui stesso molte volte pur di dare, a volte senza chiedergli niente. È una persona semplice con un carisma e un carattere forte. Vive da 35 anni in Africa e tra Uganda, Eritrea, Etiopia, Cameroon e Zimbabwe, ne ha viste di cotte e di crude. Lui sorride sempre, e ti trasmette una serenità e una tranquillità impressionante. È un enciclopedia aperta, di qualsiasi cosa tu voglia parlare, lui ne sa qualcosa o ha letto qualcosa. E se non ne sa (raramente), ti ascolta. Abbiamo condiviso un sacco di ore sul furgone con lui e abbiamo parlato di un’infinità di argomenti. Ci ha insegnato molto. Per quanto riguarda il lavoro, beh instancabile. Sinceramente non sappiamo da dove proviene tutta questa forza. Inizia prestissimo e finisce tardi e continua continua tutti i giorni a portare aiuti a destra e sinistra, sentire questo o quello, e soprattutto visitare e visitare malati. Poi nei 3 giorni che è qui in ospedale, visita anche 100 pazienti in un giorno e nell’altro esegue 6-7-8 operazioni dalle più svariate e diverse. Per poi tornare a visitare. Caricare il furgone, portare gente, smistare cibo e medicine….sempre sempre con il sorriso e la serenità sul viso. Tranquilli anche lui si arrabbia, non dimenticherò mai alcune su telefonate “di sfogo” dove il timbro della sua voce mi è scolpito nella mente. Eppure ha sempre affrontato gli attacchi e le cattiverie della gente. Oh di certo anche lui ha i suoi difetti, e ogni tant te ghe daresi na bota en testa perché non si fa aiutare a morire. Oppure, nella sua troppa bontà, non si rende conto che a volte lo usano e sfruttano. Eppure lui sorride e pensa ai malati. Per un anno intero siamo stati in collegamento tutti i giorni, perché lui viaggia molto quando non è qui, per raggiungere i progetti più lontani. Ma sempre ci siamo sentiti e consigliati a vicenda. Ci ha sempre tenuto in considerazione con un rispetto incredibile e un umiltà unica. Si è preso cura di noi quando Manu è rimasta incinta, e non ci ha mai fatto mancare nulla. Siamo onorati e orgogliosi di essere stati con lui e al suo fianco nelle varie problematiche che ci sono comparse in quest’anno soprattutto quella al villaggio di marzo e quella in ospedale di settembre-ottobre. A volte lui è attaccato da gente gelosa, invidiosa o che parla a vanvera solo per chissà quale ragione. Eppure va avanti sempre col sorriso. È stato sposato con una donna Ugandese, che purtroppo non abbiamo avuto la fortuna di conoscere perché scomparsa nel 2010, da cui ha avuto 3 figli. Una delle quali, Elisa, ci è stata molto amica, insieme alla cugina ugandese Grace, e che pure noi consideriamo più di semplici amiche. Ora, dopo grandi sofferenze, si è trovato una ragazza zimbabwiana, cui noi auguriamo ogni bene. Le risate, le grandi discussioni sul da farsi e dei progetti, le chiacchierate generali, i grandi momenti passati insieme ovunque quest’anno, i problemi e le vittorie, l’osservare gli animali e la natura, le escursioni…e molto altro, resteranno per noi il miglior ricordo dello Zimbabwe e di questo 2011. Ricordo con un sorriso una telefonata di maggio: Carlo, abbiamo trovato un costruttore, sembra in gamba. Ci ha fatto un buon preventivo, sembra serio. Ora aspettiamo le altre risposte poi decidiamo. Ah…questo non è zimbabwiano ma del Malawi. E lui: Alessio, prendilo subito. (e difatti si rivelò eccezionale). Con un po’ di tristezza sapendo che ci mancherai, perché per te ne è valsa la pena, Grazie di Cuore Carlo. Foto 1: Ale, Manu, Carlo e Naomi; Foto 2: Alessio e Carlo in sala operatoria; Foto 3: Leone nel parco di Harare; Foto 4; il dott. Carlo Spagnolli; Foto 5: Alcune delle tantissimi pitture rupestri che ci sono nell'area intorno all'ospedale esplorate con Carlo.

sabato 7 gennaio 2012

Il Problema

Se dobbiamo dare un nome a tutto quest’anno la parola che più si addice è: CONTRADDIZIONE. Perché, eventi, esperienze, discorsi e quanto altro si contraddicono spesso. Vi sarete accorti che ultimamente siamo un po’ abbattuti e delusi da fatti, comportamenti, e da varie problematiche. Da qualche settimana in ospedale, degli italiani, siamo rimasti solo noi. E sinceramente non si sta male, anzi, ed tutto molto tranquillo. Così abbiamo più tempo per scambiare parole e la gente si lascia andare (essendo che io e manu non contiamo niente a livello direzionale) in piccoli sfoghi. Quello che stiamo facendo è osservare meglio i comportamenti e il perché di tante piccole cose, e capire. Non vogliamo accusare ne difendere nessuno, tutti hanno torto come ragione e non spetta a noi giudicare. Ma tirando un po’ la conclusione di tutte queste piccole osservazioni arriviamo a questo: qui non c’è un problema grosso da dire risolviamolo. Il problema o meglio i problemi sono, e come qualcuno li nomina, le guerre tra poveri. Gelosie, intrighi, complotti, dispetti, regolazioni di conti, piaceri vecchi di anni e non, ingiustizie, egoismo, interessi, soldi, corruzione, ricatti, bugie, pagamento e ritiro di pizzo (soprattutto in ospedale a sfavore dei malati e dei poveri)...dove tutti, chi più chi meno, è dentro. Tutto questo fomentato da un sacco di CHIACCHERE che sono alla base di tutti i problemi (niente di diverso dall’Italia, ma qui è molto più amplificato visto che si vive e lavora tutti insieme a stretto contatto). Questo crea un susseguirsi di eventi, piccoli fatti, a cui non ci si verrà mai a capo. Inutile provare a sistemare le cose, provare a dare un po’ di pace a tutti questi piccoli fatti che a fine giornata diventano un macigno sopra la testa. Sarebbe come lottare contro nessuno o tutti, ma da soli. Di certo si potrà mettere delle regole più ferree (chi siamo noi per farlo in un paese che non è il nostro, e soprattutto se a mettere le regole sono chi fomenta e ha creato tutto questo, non ci si viene più a capo, e se le istituzioni o associazioni che abbiamo alle spalle sono inesistenti o quasi, si torna ad avere le mani legate), ma appena giri l’occhio questi piccoli problemi sotto sotto continueranno ad alimentarsi, sbucheranno di nuovo e così si è di nuovo da punto a capo. Attualmente non è la fame, la vera fame, che porta a tutte questo. Anche se qui qualche anno fa la fame si pativa di brutto. Ma la povertà materiale che spinge le persone ad essere cattive verso il prossimo e a sorridersi abbracciarsi di fronte, ma ad affilare i coltelli appena ti giri (tutto mondo è paese). Fare il patto con il diavolo oggi e con l’acqua santa domani. Ma voglio concludere questo con una domanda: ma noi (io, Manu e voi) cosa faremmo al loro posto se fossimo noi a vivere in una situazione così, di povertà materiale assoluta??? Personalmente non credo saremmo esenti dal comportarci così…. Foto 1: Ale e Manu con una tartaruga di 300 anni che pesa 500 kg ad Harare; Foto 2 e 3: giraffa e ippopotami nei parchi nazionali dello Zimbabwe.

domenica 1 gennaio 2012

Polizia

Piccola modifica del post precedente. Il Natale è stato si passato in famiglia. Ma tutti quanti, specialmente gli uomini e alcune persone in servizio in ospedale, stavano a Rukau (villaggio a 3 km dall’ospedale dove 9 case su 10 sono birrerie) a sfondarsi di birra e fare baldoria tutti belli ubriachi.





Credo che due righe dedicate a questo non facciano male. Premetto che abbiamo avuto abbastanza a che fare con la polizia locale. Ma il mio modo di vederla nei confronti di questo organo di Stato non cambia. Anche in Italia la vedevo così, ma NON voglio dire che tutti sono così: è un organo fondamentale che esegue un lavoro delicato e molto prezioso, ma molti di loro appena si mettono la divisa si credono invincibili, i padroni del mondo. In ogni viaggio in capitale, nei 170 km circa, si incontrano 5-6 posti di blocco. Noi siamo fortunati che con la croce rossa non abbiamo mai avuto problemi o storie, anzi abbiamo sempre la precedenza. Ma quanti pulmini vengono fermati e quanti vengono ricattati e obbligati a pagare un extra per evitare una multa (che tanto troverebbero da farti), senza ricevuta. Questi soldi vengono intascati dai poliziotti e in percentuale dai capi che se ne stanno comodi seduti in ufficio. La gente è ancora terrorizzata dagli eventi del passato dove i poliziotti pestavano a sangue la gente e buttavano ratticidi nelle ferite. E molte altre torture. Noi, in ospedale, abbiamo la stazione di polizia fissa. Niente di che, è solo una casa dove vivono due poliziotti. E, con tutto quello che viene rubato nei dintorni e in ospedale, hanno il loro bel da fare. Personalmente ho avuto due spiacevoli avventure con alcuni di loro, che confermano quanto detto sopra. La prima, la più soft, ero in cerca di mattoni. Così uno di loro (che quel giorno non ricordavo era un poliziotto perché era in borghese e non ci facevo caso) mi portò a prenderli. Erano mille e di buona qualità (fatti per strada da gente che li cuoce in forni occasionali), così dissi al tipo che ne avrei presi altri 3000 fra due settimane. Lo pagai e tutto era finito. Dopo qualche ora venne e mi accusò di averne presi 200 in più (calcolare che li avevamo contati e caricati insieme) e che ora voleva lo stesso prezzo dei mille per il danno che gli avevo fatto. Già il prezzo per mille era abbastanza alto rispetto agli altri, poi d’avanti a un’insinuazione compagna devo ammetterlo di aver alzato la voce e minacciato di non prendere il resto dei mattoni. Così a orecchie basse se ne è andato. Poco furbo però alla fine mi disse che aveva bisogno di soldi e che ci provava. Così perse anche la commissione dei 3000. Questo conferma una delle teorie più gettonate qui: meglio 1 dollaro oggi che 10 domani. Ma la cosa buffa viene qualche settimana dopo. Mentre facevo altri carichi di mattoni davo passaggio a una decina di persone a carico e avevo due poliziotti seduti vicino a me in cabina (da notare che loro ti fermano e sei obbligato a dar loro un passaggio gratuitamente). Uno scese con la scusa di aiutare le persone e l’altro mi teneva occupato a chiacchiere. Mentre quello fuori faceva scendere l’ultima persona, mi accorsi per colpo di fortuna dallo specchietto che chiedeva soldi ai poveri che avevo trasportato. Così infuriato come non mai scesi dalla macchina e chiesi cosa stesse facendo con quei soldi, colto sul fatto il poliziotto (ah uno era in borghese, ma li conoscono tutti) mi disse che erano per me (ma chi glielo aveva chiesto???). Così richiamai indietro tutte le persone che avevo trasportato ormai dirette in ospedale e dissi al poliziotto di ridare indietro i soldi uno a uno, penso che umiliazione peggiore per questi corrotti non c’era. Credo sia questione di giustizia e in questi casi, nel piccolo si può ottenerla. Ma purtroppo è all’ordine del giorno e questa categoria, dove i capi poi chiedono percentuali ai poliziotti fanno si che diventi una catena dove alla fine è il povero che ci rimette, come sempre, e tu impotente resti solo a guardare. Foto 1: il cartello all'entrata dell'ospedale; Foto 2: vista dall'alto di una montagna dell'ospedale; Foto 3: il paesaggio zimbabwiano delle nostre zone; Foto 4: alcune capanne tra i baobab; Foto 5: tipico tramonto.

sabato 24 dicembre 2011

Muve ne Christmas jakanaka



Viste le varie versioni speriamo si scrive così....comunque si, e anche il Natale è arrivato. Dobbiamo ammettere che siamo fortunati, l’anno scorso Alaska, quest’anno Zimbabwe. Di certo non possiamo mica lamentarci. E infatti stiamo benissimo e siamo felicissimi di vivere questa nuova esperienza. Di certo Natale non sembra, abituati alla neve e al freddo anche del nostro trentino, qui con i 30 o più gradi stabili sembra più ferragosto. A parte che tutti ci chiedono soldi o specialmente regali per Natale, l’unica aria Natalizia che tira qui in Ospedale è che tutti sono in ferie, o quasi e l’ospedale è parecchio vuoto. Niente canti, niente feste, niente di niente. E neanche tra i villaggi. Ora, quello che poi è il rito qui, tutti si preparano andando a passare il giorno di Natale come da noi, in famiglia e riunendosi tutti insieme. Mangiando la Sadza e i più fortunati il riso. Per carità, i cattolici non sono molti, ma contando i cristiani si arriva a un buon numero. Diversa la situazione in capitale, dove la città (e fa un certo effetto con ste temperature) è invasa da luci e colori. Babbi Natale giganti e un sacco di pupazzi colorati. Infine molti megafoni all’esterno dei negozi decorati (chi fa le decorazioni e tutto sono privati, bianchi che detengono gran parte dei negozi) suonano e cantano canzoni natalizie. Per finire poi in molti concerti, spesso di bambini o di scuole, di canzoni natalizie, a cui abbiamo partecipato in un’occasione, in una nostra visita a un orfanotrofio. Ma vogliamo raccontare un fatto. Questo ci fa sempre riflettere e ci manda molte volte in tilt perché si scontra con l’esperienza nostra quotidiana. Ogni tanto io (Alessio) vado con la mia auto tra i villaggi su tra le montagne o dentro verso posti rurali, più rurali dell’ospedale, per portare qualche aiuto o dare qualche trasporto soprattutto ai pazienti (la mia auto è nata come ambulanza) con più difficoltà motorie. Sono quelle rare occasioni che si ha a che fare con i veri poveri, i veri bisognosi, che però stanno la, in posti dimenticati dove neanche la strada arriva. Raramente chiedono qualcosa, vengono in ospedale (a centinaia sia chiaro) tutti i giorni, fanno la visita, prendono le medicine e via senza neanche che te ne accorgi. Beh, un pomeriggio accompagno questo paziente a casa e vado da una famiglia a consegnare un sacco di riso. Li si fa qualche piccolo rituale di benvenuto, ma nulla di che. Così chiedo come sta la famiglia, e solite cose. Parlando poi della pioggia il capofamiglia (hanno 5 figli) mi fa: speriamo che la pioggia arrivi presto così possiamo preparare il regalo di Natale per i nostri figli. Io, ingenuamente, chiesi quale era questo regalo e lui mi disse: un sacchettino di pomodori ciascuno, ma dubito ci riusciremo per Natale…aspetteranno. Foto 1: nella notte tra il 24 e 25 abbiamo consegnato a ogni paziente un sacchettino contenente una T-shirt, carne in scatola, 600 gr. di riso, 1 kg di fagioli, 10 confezioni di marmellatine e caramelle. E qui vedete la nostra cariola piena di ottime cose. Potete immaginare la felicità dei pazienti. Foto 2: mentre Alessio e Davide consegnano il pacchettino nel reparto donne. Foto 3: il nostro modo per auguruarvi un Felice Natale!!!

mercoledì 21 dicembre 2011

Aggiornamenti 2011




La pancia di Manu cresce e il nostro piccolo/a si muove sempre di più. Stiamo bene, ora che Natale è vicino, molti sono tornati in Italia per le ferie (praticamente tutti), qui è tutto tranquillo, forse troppo. Da quando i medici sono andati via, in ospedale c’è totale anarchia. Ok, il servizio al paziente c’è sempre, ma non è ottimale. Assenteismo o lunghe pause sono all’ordine del giorno. Per fortuna anche i pazienti sono calati molto. Una cosa molto positiva di queste ultime settimane, è che ci siamo chiariti con il dott. Massimo. Era qualche mese, specialmente novembre, che ci si scontrava spesso e c’era qualche problema. È vero che il clima era molto teso e tutti un po’ (tanto) nervosi, ma ci sarebbe dispiaciuto litigare o non chiarirsi. Così, tra un viaggio ad Harare e qualche serata libera, abbiamo avuto modo di confrontarci e scambiare delle idee. Così facendo abbiamo capito del perché di molte cose, e questo ci ha dato una bella botta positiva. Siamo felici di aver chiarito (per fortuna poi in positivo) con lui queste cose. Di certo ci vengono poi in mente le parole di Lia (ass. provinciale alla solidarietà) che aveva perfettamente individuato l’individualità che c’è qui. Effettivamente, rispetto ad altri posti come Tanzania, Kenya, Botswana e Ovest Zimbabwe, in queste zone non c’è una vera e propria vita di comunità e anche gli stessi villaggi sono case sparse e isolate. Al contrario delle altre zone dove sono disposte a cerchio o comunque vicine. Tutti svolgono una vita per conto loro, sicuramente legata alla famiglia o alle famiglie visto che gli scambi di coppie, poligamia, e (causa i tantissimi morti per AIDS) di parentela sono molte. In effetti è molto facile trovare famiglie con 6-8 figli, ma che in realtà alcuni sono figli, altri nipoti di famigliari deceduti. Chi tira avanti tutta sta storia, è la donna. La donna ha un ruolo fondamentale anche se sottomessa. Si, molti uomini lavorano, ma mai come le donne. E quello che l’uomo guadagna difficilmente lo mette a disposizione della donna, ma se lo tiene per se o al massimo per la casa e i figli quando va bene. Chi fa tutto in casa e fuori è la donna, chi si occupa dei figli è la donna, chi porta a casa due lire è soprattutto la donna, chi è maltrattata, a volte picchiata, molte volte tradita, è la donna. Eppure, con una forza da leoni, si tira su e continua a fare la vita quotidiana devota ai figli. L’uomo magari lavora si, ma poi passa ore e ore sotto una pianta all’ombra o purtroppo al bar a ubriacarsi. Pochi sono gli uomini che aiutano nell’orto o con i figli se lavorano fuori casa, ma dai per fortuna ci sono. Una delle cose che più ci fa riflettere e arrabbiare è che quando parli con la gente in generale è per lo più perché hanno uno scopo ben preciso: ricevere. Per carità capiamo benissimo le necessità, ma pochi ti chiedono come stai realmente perché interessati (anche in Italia per quello), e spesso usano parole come I need, I want, Give me! Tradotto è: ho bisogno, io voglio e dammi. E non vanno per il gentile, come se tutto fosse dovuto solo perché siamo europei. Ci soffriamo molto davanti a queste cose entrate ormai nel nostro quotidiano, ma è così. E per le generazioni future la cosa non è rosea. Ormai sono 10 mesi che siamo qui, e tornando con la mente a febbraio, notiamo un netto cambiamento nel paese. Si per carità, corruzione e ingiustizie sono all’ordine del giorno e difficilmente cambieranno (visto che poi è nel Dna di questo popolo, seppur pacifico), ma si vedono più negozi e con gli scaffali pieni di cose, ormai si trova di tutto, qualche lavoro infrastrutturale è stato fatto, e il Paese ha avuto una crescita notevole in meno di un anno. È vero la presenza di bianchi qui è altissima, ma Harare per esempio, è cambiata come dal giorno alla notte. E sembra di essere in una comune capitale europea. Peccato che però questa gente (i bianchi) non hanno capito che questo è un paese africano e fanno ancora i “padroni”. Di conseguenza, sono pochi gli africani con spirito di iniziativa o che provano a dare una scossa a questa cosa,e purtroppo la pigrizia e la malavoglia, o chissà che, li rende ancora “sottomessi”. Ora alcune catene multinazionali stanno aprendo punti vendita nelle città più importanti, e questo creerà grossi problemi ai piccoli mercanti locali. I prezzi stanno continuando a oscillare e salire….la nostra paura è che questa salita vertiginosa (sia di prezzi che di benestare nel paese) possa creare un grosso distacco tra i poveri (veri poveri), chi comunque vive (una grossa percentuale) e i ricchi, rimandando il Paese (e quindi i più poveri) nel baratro di alcuni anni fa. Foto 1: biglietto lasciato da una donna affamata, di certo non pretendiamo che tutte siano così, ma almeno un pò di educazione e rispetto si; Foto 2 e Foto 3: capanne e villaggi raggiunti con la mia auto carica di aiuti che provengono dai container di Carlo, a volte non esiste strada per arrivarci; Foto 4: la clinica dentistica ultimata e completamente funzionante; Foto 5: la nuova clinica oculistica completa e operativa.